sabato, 30 maggio 2009

Tutti si aspettano sempre qualcosa di particolarmente fantasioso dai post. Dalle considerazione più profonde ai virtuosismi letterari in attesa di commenti compiacenti.

Io vado sul sicuro: solitamente non vengo letto, di fatto mi sento a casa mia in questa specie di diario che però, a differenza di quelli vecchi cartacei, guarda caso ha sempre una remota possibilità di essere sbirciato...chissà, addirittura dallo stesso protagonista del racconto. Breve ovviamente, e soprattutto diretto e senza alcuna preoccupazione di aver messo troppe "e" dentro la stessa frase.

Bene, il punto è questo: credo che tutti voi abbiate prima o poi avuto il desiderio o la necessità di provare a dimenticare qualcuno. E' legittimo, fa parte dell'autodifesa, durante il periodo dell' elaborazione di un lutto ogni tanto si vuole anche allentare la presa. Una sorta di "rifiatata", per alcuni aspetti anche un sintomo di futura guarigione. Che cavolo! Se hai strippato come un assassino mi pare il minimo!

C'è chi parte dalla cancellazione del numero e nome dalla propria agenda, ma qualsiasi altra iniziativa va bene lo stesso. Per esempio eviti di parlarne spesso come prima, di non nominarlo/a quasi mai. E nel mio caso, il cui nome della persona in questione ricorre nella quotidianità per almeno venti volte al dì, come fare?

Niente, è solo sfiga. Nessun destino, quello è negli occhi, forse. Nei nomi spero di no. Almeno quando non c'è soluzione e te lo ritrovi davanti in continuazione. Post profondo, eh? No, ma dolore vero si.

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mercoledì, 06 maggio 2009

Non vi preoccupate per me.

Avrete i vostri soldi, le case, il mare e tutto il resto che conta.

Non piangete nei momenti sbagliati.

Lo avete fatto a suo tempo.

Non vi ricordate quanti volumi senza lacrime mi avete scritto?

Sono io che ho asciugato i vostri occhi con le mie risposte.

Sono io che ho cristallizzato il pianto in letti di sabbia.

Le lacrime in zolle senza vita.

Ricordo le vostre parole confuse in una babele di mille tentativi.

Sono io che ho spento tutti i vostri ceri con un soffio polare.

Perché piangete?

Qui ci sono i vostri soldi.

Ecco i vostri cari.

In questo cassetto ho lasciato ogni cosa di cui avevate bisogno.

Ora posso.

Ora non ho più bisogno di negare nulla.

Adesso non devo più deludere alcuna aspettativa.

Non vi preoccupate oggi.

 Non è questo il momento per le lacrime.

Quando il tempo era vostro lo avete usato come sapevate.

Non sapevate del deserto, del soffio polare, del vuoto.

Questo è solo il momento di accarezzare gelosamente ciò che vi ho lasciato.

Potete sedervi ad ammirare il mare, ascoltare suoni più miti delle urla di ieri.

Ciò che è sempre contato ora vale il doppio.

Farneticante?

Si, ma così è.

Non si lasciano i marciapiedi lucidi di lacrime e non si delira sui rosari.

Mai.

Ma io ero questo.

Perché preoccuparsi per ciò che ero?

Cosa vi potevo portare via?

I vostri cari sono tutti lì.

Il vostro nuovo mondo lo avete trovato nonostante me.

I vostri soldi e quegli oggetti di cui avevate bisogno sono nel cassetto.

Basta aprirlo.

Non stanno con me.

Vi ho fatto preoccupare prima.

Quando i miei suoni non sembravano sirene.

Quando imploravo l’impossibile.

Quando pregavo l’irrealizzabile fino a scorticarmi le ginocchia sui sagrati.

Tenete sempre a mente che nei miei terreni non restava un solo bulbo su cui rinascere.

Piangereste mai una zolla di terra sterile?

Chiedereste di tornare all’ombra che ha coperto la luce del vostro giorno migliore?

Non vi preoccupate per me.

Non l’ho fatto io.

Lasciate le vostre richieste a chi mi ha amato.

Saranno esaudite tutte.

Sono stato deserto, ombra, silenzio e gelo.

Di questo dovevate preoccuparvi.

Vi ho sottratto dal deserto, dall’ombra, dal silenzio e dal gelo malgrado voi.

Ora che c’è un po’ più di luce tornate a chiedere a chi mi ha amato.

Sarete esauditi tutti.

 

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sabato, 02 maggio 2009

Senza chiedersi se esiste o meno, quanto ci sia già di scritto fin dalla nascita, evitando tutto questo penso che comprendere la nostra vita  nel momento presente, avendo il coraggio di fissarsi allo specchio, sfocando tutti i particolari del volto, mettendo a fuoco solo i nostri occhi..beh, ritengo che questo sia sufficiente per conoscere il nostro destino attuale. Non ha importanza se tale destino cambierà tra un giorno, un mese o mai, io focalizzerei l'attenzione sull'unico momento degno di valore: l'ora attuale. Mi fido di più che  l'imponderabilità capace di nascondersi dietro l'ombra dello sconosciuto dentro di noi, si riveli e parli con chiarezza attraverso il canale dello sguardo, più di qualsiasi altro dogma al mondo.

Ieri era l'anniversario della morte del grande pilota  brasiliano Senna. Aveva uno sguardo triste da anni; non mi interessa sapere se lo avesse così malinconico anche da bambino. Lo aveva da campione, quando era l'idolo delle folle e quando ad ogni momento libero alzava il proprio sguardo per seguire in cielo uno dei suoi modellini radiocomandati. Una passione semplice, quasi ingenua rispetto al suo modo di vivere sul filo del rasoio, con gli occhi puntati sulla pista, sulla "staccata" all'ultimo istante, occhi tristi che si muovevano a trecento orari tra cordoli e rettilinei, ma capaci di tornare sereni nel seguire le virate dei suoi areomodelli verso quel cielo che in pista non si ha il tempo di guardare..se non per cambiare le gomme in caso di pioggia.

Alla sua ultima corsa, prima della partenza la telecamera lo ha ripreso durante un momento infinitamente lungo in cui è rimasto ad occhi chiusi, in un silenzio irreale. Poi li ha riaperti ed è partito per l'ultima volta. Quando l'elicottero dei soccorsi si è staccato dal suolo, non credo che avesse  più occhi nè orecchie per ascoltare gli applausi dei suoi ammiratori che si confondevano nel rumore delle pale.

Ieri ho ascoltato attentamente il resoconto di quel giorno in cui un campione dallo sguardo costantemente malinconico ha smesso di correre su questo pianeta. Da ieri ho maggior rispetto per la tristezza infinita che i miei occhi non smettono mai di comunicarmi ad ogni specchio che incontrano.

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giovedì, 30 aprile 2009

...solo che pensavo a quanto è inutile farneticare, fare finta di star bene quando è inverno e te....togli le tue mani calde...

Fra le tante "frasi fatte" canzoni questa fu ed ancora è, quella in cui non posso mai esimermi dal compenetrarmici. E' così: inutile prendersi in giro, dire tante scemenze del tipo "ormai non mi tocca più", "ormai è acqua passata". Vi auguro che mai sia così. Nulla passa, al massimo si nasconde dietro l'ombra dell'anima, ma non mi venite a dire che passa...a meno che non vi siate presi in giro, che abbiate solo finto di vivere.

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venerdì, 13 marzo 2009
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Doisneau_bacio_hotel_de_ville "Che il vostro cuore sia sempre colmo d'amore. Una vita senza amore è come un giardino senza sole e coi fiori appassiti. La coscienza di amare ed essere amati regalano tale calore e ricchezza alla vita che nient'altro può portare."

Non sono parole mie, è opera di Oscar Wilde, ma dov'è la differenza? Questa è la verità e a questo non c'è soluzione a meno che non si creda, come molti fanno, che grazie alle loro possibilità finanziarie si possa avere qualcuno accanto a qualsisi età.

Io, indipendentemente dal lato prostitutivo del concetto, peraltro accettato socialmente dalla gran parte degli "esseri umani", non ricorrerei a questa soluzione nemmeno se fossi circondato da un harem di bellezze extraterrestri.

Dove troverei mai il piacere ineguagliabile della condivisione di un pensiero ironico, dell'erotismo di un'immagina antica o della compagnia di una persona, che la sera a letto ti chiede: "Mi leggeresti ancora due pagine di quel libro? Con la tua voce, con quel timbro che solo tu sai dare al mio autore preferito?"

O anche..: "Senza te accanto il Tenente Colombo è solo un telefilm, non ha senso."

Però attenzione, parlare in questi termini equivale ad essere anacronistici. Tempo fa avevo iniziato un racconto da titolo "Circolo affettisti anonimi"; non l'ho continuato, che motivo avevo di farlo? Stavo scrivendo la cronaca della quotidianità, non c'era più il paradosso come ingrediente fondamentale di un racconto di fantasia.    E poi, il pubblico dei giovani lettori sarebbe rimasto sconvolto di fronte alla mancanza dei k e dell x, imperante nei loro più profondi messaggini d'amore. Anzi d'amò, amore è troppo lungo e sorpassato e le ricariche telefoniche costano.

Bene, sono orgoglioso di essere superato dai motori di nuova generazione, e anche da quelli che per non sentirsi anziani usano lo stesso propellente. E in virtù di questa considerazione la mia ultima lettera d'amore l'ho recentemente scritta a penna su preziosa carta bianca. Imbustata con cura, con tatnto di indirizzo e cap postale.

Ma l'email? Che stupido, non c'ho neppure pensato. Forse perchè indossa lo stesso vestiario di uno spam? Si, mi sa di si.

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domenica, 22 febbraio 2009
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Dalla serie dei Minisuicidi

SETTE SQUILLI

 

 

 

Lo giuro. Nemmeno uno di più. Sette e poi riattacco.

 

“Quando ti verrà in mente di telefonarmi” mi aveva ammonito “ ricordati di spezzarti il ditino, invece di comporre il numero.”

Aveva sottolineato la bontà dell’affermazione sollevando gli occhiali sulla fronte per puntarmi l’inferno contro.

-Lame infette-

 Le sue parole, come bisturi irreversibili, falciavano la pietà di tutti i miei buoni propositi.

 -Timore di muovermi-

 

Non uscire dalla macchina. Non farlo adesso. Non la vedrai più.

Dì qualcosa. Ferma quella voce. Difenditi dalle lame. Se ti taglia ancora una volta sei spacciato.

Dì una parola giusta o esegui un silenzio d’autore. Stupiscila, ma non uscire dalla macchina.

 

Non riuscivo a ricordare la sua bocca muoversi. Le parole sembravano fluire da quell’occhio con il sopracciglio inarcato, fisso sulle mie misere paure di non vederla più.

Di nuovo quello sguardo irripetibile.

 Due occhi alla finestra: uno, sotto un cornicione sopracciliare ad arco, impartiva ordini esecutivi e definitivi. L’altro accanto, come un muto inquilino in ascolto di una lite condominiale, restava inespressivo, quasi scollegato dalla rabbia del resto del volto.

L’anticamera di un gesto terminale. Il preludio alla lava. Ora l’odio avrebbe investito tutto.

Si sarebbe portato a valle le nostre case incomplete, i mutui mai aperti, gli affitti alle stelle e gli insulsi tentativi di ricostruzione.

 Tra un minuto lo sportello dell’automobile avrebbe sputato fuori solo cenere.

E come tale ero uscito.

 

Ora ero tornato ad essere polvere grigia tra la folla.

Il dolore era ovunque; le lame tanto temute infliggevano lacerazioni di ogni sorta. Ad ogni passo scandivo il fragore  delle sue ultime parole come tuoni, e il mio corpo era scosso dalla testa ai piedi. Perfino il sole si era trasformato in uno strumento di tortura per le mie lacrime che cercavano solo un minimo di riservatezza dietro le lenti scure degli occhiali.

Ero nel panico.

 Sapevo da tempo di aver perso qualsiasi dignità.

 Ero nelle mani di quelle briciole d’affettività che da anni solo lei mi dispensava.

 Raramente, col tempo sempre più spore di un passato lontano. Poi, consapevole della mia sconfitta aveva anche preso ad odiarmi con elegante distacco. Mi rendeva ridicolo agli occhi di chiunque senza nemmeno accorgersene, e con altrettanta disinvoltura mi leniva le ferite con un bacio distratto.

Ed io, senza quell’inferno quotidiano stavo ancora peggio. Ero incapace di dare un taglio a quel dolore per doverne affrontare un altro innominabile. Quello delle lame.

 

 “Però” pensai “se la sento forse smetto di soffrire per qualche minuto.”

“Magari tra qualche giorno accetterà di parlarmi. Magari tornerò a camminare tra la gente senza più lame. Forse guarderò un’altra donna e mi sorriderà. Forse.”

Solo sette squilli. Nemmeno uno di più.

 

Mi rincalzai alla meno peggio gli occhiali da sole appannati. Scendendo dal marciapiede un’altra lama trafisse la gamba aprendo una ferita ancora più profonda delle altre. Misi il cellulare all’orecchio, gli squilli avrebbero fermato il sangue.

 

La sua voce coprì il settimo squillo e il clacson del camion. Un muso da venti tonnellate urlò inutilmente l’incomprensibile linguaggio dei freni, ed io mi trovai a sorridere come non facevo da anni.

 

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domenica, 22 febbraio 2009
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Dalla serie di Minisuicidi

                                                            

                                                               CIAO                                        

 

Ho impiegato un’ora a cercare di salutarvi tutti; non è da me andarmene senza lasciare una parola.

Il problema sta nel numero: siete troppi.

Mi sono ritrovato a leggere, cancellare e ricominciare tutto da capo tante di quelle volte, che se prima ero convinto di farlo ora ne sono sicuro del tutto.

Ognuno di voi ha dato il suo bel contributo al riempimento del vaso ma io, nella lettera, avevo cercato di citare solo gli stati d’animo e le persone più a ridosso del baratro.

Tutto il resto, vedi le difficoltà finanziarie, l’inquinamento terrestre o lo stress da spostamento cittadino, non a caso definito come “il traffico che uccide”, tutto questo si perde nell’ostinazione di pungermi sul collo come odiose zanzare mentre combattevo mostri ben più grossi di loro.

Ma questi saluti, sia che rivolti ai grandi demoni o ai loro infidi gregari, sono astiosi quanto vani.  Inutile negarlo.

 I destinatari, membri dell’associazione comune del “mal di vita”, non ne verranno mai a totale conoscenza. I loro perversi meccanismi continueranno ad essere condannati a piede libero e forti dell’impunità dei loro delitti, altro non faranno che scegliere nuove vittime.

 Invece, per te, mia dolcissima collaboratrice domestica, mi rimane il rimpianto di lasciarti il compito più arduo: quello di ritrovarmi.

Siamo solo io e te, lo sai. O meglio, io sono solo.

 Tu sei una rispettosa spettatrice del mio disagio che, sotto la sfortunata goffaggine di un corpo disarmonico, sicuramente nasconde la poesia di un animo eletto.

 

 Quanto mi sono odiato per non essere riuscito ad innamorarmi di te. Per non aver scalato quella tua enorme montagna di grasso e scivolare, felice come un bambino sulla neve, dall’altro lato della parete. Fino alla valle segreta dei fiori, nascosta chissà dove sotto quei vestiti grigi e lisi dal lavoro. Oltre la grotta della cellulite, attraverso le foreste secolari della tua peluria, fino all’oblio di quello che lo specchio non coglie.

Niente da fare, avrei voluto ma non riuscivo. I miei amici continuavano a parlarmi di bellezze interiori, di quanto poteva apparire bella una donna nell’interezza della sua persona, se si era in grado di partire dal carattere, dalla spiritualità.

Poi, tutto ti apparirà più bello anche fuori, dicevano. I tuoi occhi si apriranno a una nuova vita e la persona accanto a te non sarà più una di quelle scemette da due soldi che ti fanno sentire tanto solo. Guardati intorno, può darsi che la tua lei sia più vicino di quanto non credi, può darsi che già la conosci ma non le hai mai dato modo di apparire.

Erano convinti che la mia tristezza senza fondo un giorno avrebbe trovato pace grazie ad un anima gemella. Sapevano questo, ma non sapevano che io già ti avevo trovato da sempre, e da sempre i miei sforzi di amarti si vanificavano contro una figura poco appetibile.

 

Non voglio perdermi in mille parole, però sappi solo che ho apprezzato tutto: il cessare l’uso dell’aspirapolvere quando la mia vena sulla fronte segnalava, come una sirena d’allarme, l’intolleranza al rumore. Fingere l’abbandono di un fazzolettino di carta al posto giusto, quando tracciavo la casa a colpi di lacrime.

Te li avrei nascosti volentieri questi preludi di crisi, ma tu tacitamente coglievi come gravi gli stati d’animo che altri scambiano per la classica debolezza, e sempre in silenzio correvi ai ripari. Da quel momento in poi, allora, le tue pulizie continuavano con un’espressione del viso sommessa e partecipe.

A pensarci bene, quelle azioni di soccorso erano paradossalmente seducenti per un corpo così ingombrante.

 

Nemmeno immagini quanto mi sarei sputato in faccia dopo aver ceduto alle lusinghe della carne di coloro che non erano nemmeno degne di lustrarti le ciabatte. Le varie ragazze immagini facilmente reperibili nel mercato della quotidianità, dall’ufficio al supermercato. Eppure queste, di qualche mia attenzione particolare godevano, mentre tu eri relegata al solo compito di pulire le tracce lasciate dai dolori.

 

In tanti anni ci siamo scambiati poche parole e qualche sorriso; ma ora voglio cogliere l’occasione per dirti che sia le prime che i secondi erano sempre pertinenti, elegantemente affettuosi e mai fuori luogo. Se penso a quanta gente parla e ride per coprire solo il chiasso del proprio nulla, allora i tuoi rari interventi sonori assumono un valore ancora più prezioso.

In più, visto che in dieci anni hai dato modo di apprezzare l’ironia di quelle due battute che ci siamo scambiati, ti posso solo dire che mi odio talmente tanto a non essere riuscito ad innamorami di te.. che mi ammazzerei.

 

 

P.S. Sono nello stanzino degli ospiti, quello che pulisci per ultimo. Scusami per lo spettacolo disordinato che ti troverai davanti.

 

 

 

 

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martedì, 30 settembre 2008
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 Per la serie dei Minisuicidi

IL MAMBA

 

 

La caricatura umana, almeno novanta chili di crimine, distribuiva le sue forme lungo lo scooter come un serpente malato e velenoso. Tracce di jeans sotto una maglia affetta da un logo coprivano parte di quel fallimento evolutivo dei primati. Sopra la maglia ancora jeans e altre pustole di loghi raffermi. Fuori da quello che il tessuto non aveva la pietà di coprire, solo la pelle scura di un mamba.

“Ma non t’ho fatto niente!”

“Lo dici tu, pezzo de mmerda! Hai guardato il culo della mia ragazza”

-Entra l’adrenalina in campo. A secchiate. Fuori misura-.

Ho una paura smisurata, ma mi farei a pezzi da solo per non ammetterlo. I battiti impazziti corrono ovunque: tempie, gola, torace, polsi, per poi tornare al cuore in ordine sparso. Impongo alla razionalità di intervenire prima che quel caos sanguigno rompa gli argini e schizzi fuori dai pori come un annaffiatoio.

Vabbè, pezzo di merda  detto da un animale come questo non è nemmeno un’offesa…non lo guardare..

L’energumeno, smorfia idiota e occhi velati da nube tossica, mi stava fissando ancora. Lo sentivo. Dovevo mantenere la stessa camminata di prima, questo era il segreto. Così avrebbe capito che non avevo paura.

Ma che cacchio fa? Cammina pure lui? Oh Dio, mi sta venendo appresso.

Avevo sempre odiato i coatti, mi mettevano costantemente di fronte alla mia fobia ossessiva: ero un vigliacco? avrei saputo reagire al bisogno? e difendere i miei figli, i miei cari da uno schifo come questo che… Oh Dio, Dio, ce l’ho addosso!

Una mano intorno al braccio pari alla morsa di una tenaglia, arrestò la mia camminata con un effetto ad elastico scaraventandomi quasi per terra.

Un odore insinuante di catrame mi arrivò alla gola; erano anni che non guardavo l’asfalto così da vicino, dai tempi delle cadute col motorino. Anche allora odiavo i bulli, dal primo pugno preso da ragazzino l’ossessione di essere archiviato come vile non aveva mai smesso di perseguitarmi. Erano secoli che non mi perdonavo quella prima sconfitta.

 Piegato su me stesso, con il braccio torto dietro la schiena sbirciai il mio carnefice dal basso. Prima di provare a divincolarmi dalla presa ebbi modo di fissarlo ancora. Una curiosità morbosa prevalse sull’istinto di sopravvivenza: invece di mettere le ali alle gambe, furono i miei occhi che si ritrovano a correre sui particolari del fenomeno da baraccone. Si, soldi ben spesi quelli  per ammirare la bestia da vicino, fuori dalla gabbia, con la lordura che ricopre la  sua pelle fino a muoversi come  un mosaico di squame pulsanti. Uno spettacolo unico, signori. Uno spettacolo per pochi coraggiosi. E ancora ironizzo, sono stranamente lucido. Voglio vedere da vicino i tratti della mia ossessione persecutoria. Se l’umiliazione dovesse rimanermi stampata nell’anima come un marchio a fuoco sarebbe inutile pure uscirne illesi.

Poi tutto esplose come un fulmine e l’ironia lasciò il posto alla sensazione di succhiare una caramella al sangue. Riverso a terra, con metà del viso mi trovai a baciare un fiumiciattolo lasciato da un cane sul marciapiede, l’altra metà con un fischio assordante nell’orecchio, segnalava l’apertura di un tunnel tra la ferita e la mia anima. Non era stato tanto il pugno a distruggere ogni difesa quanto la realizzazione di antiche frasi persecutorie: “ Ti faccio ingoiare i denti! Ti gonfio come un pallone!” Avevano insidiato la mia quotidianità per anni come antiche tarme letali del cervello, seppellite in tutti i modi dalla migliore saggezza reperibile sul mercato della sopravvivenza e adesso, riesumate tutte insieme nelle sembianze di un mamba metropolitano.

Ingoiai il dente; non gli avrei mai dato la soddisfazione di sputarlo ai suoi piedi. Mi beccai un calcio nello stomaco da piegare un muro, e poi subito un altro mentre le incitazioni della sua puttanella stridevano acide come un nido di vespe: “ Spaccaje er culo a ‘sto frocetto! Non lo fa scappà me raccomanno!”

Non posso tornare a casa..così non posso…non reagisco..questo mi massacra..e non reagisco..

Anche i pensieri cominciarono ad avere fame d’aria. Mi sembrò di imboccare un labirinto cieco alla ricerca di una strada logica per salvarmi: No no no…non sono un vile…ti prego mio Dio..dimmi che non lo sono…ti prego fallo smettere…ti supplico.

Sentivo il serpente sopra di me godersi lo spettacolo come un pittore orgoglioso del suo capolavoro. Doveva aver strisciato verso lo scooter per guardare la scena da una diversa angolazione. Acciambellato sul motorino armeggiava nel bauletto alla ricerca di altri pennelli. Il quadro, una volta iniziato, doveva essere portato a compimento con ritocchi degni di una prima pagina.

Con una mollica di vita alzai la testa e riuscii a vedere il ghigno del serpente mentre nascondeva dietro la tasca dei pantaloni un pennello di grosso calibro. Nero come il proprietario. Freddo e ferroso come il sorriso di un morto vivente. I denti del mamba.

Il labirinto del quale ero prigioniero era un dedalo di vie senza fine. Troppo tempo, non ne avevo. Decisi di abbattere i muri che mi circondavano con la forza di un urlo: “Ho vinto ioooo! Ho vinto ioooooo bastardoooo!”  Colsi nello sguardo del serpente un momento di sorpresa; continuò a fissarmi con espressione idiota mentre cercavo di mettermi in piedi. Gli sputai addosso altri “Ho vinto iooo!” sangue, saliva e rabbia. Fedele a chi è abituato a sguazzare nel liquame non si mosse di un millimetro, senza capire che non miravo a lui. Tenendomi le costole rotte con una mano barcollai fino alla sua mignottella che continuava a strillare come una gallina isterica.

…e tu volevi lasciarmi il segno dei tuoi denti per sempre? Povero stronzo…se non fossi così stanco mi faresti quasi pena…guarda…guarda che faccio…

E con una smorfia di soddisfazione totale misi la mano libera sul culo di quella gallinella isterica. Ebbi pure il tempo di saggiarne la consistenza…lo sapevo.. una cretina come te poteva avercelo solo flaccido.

Il serpente estrasse i denti dai pantaloni e mi sputò il veleno in faccia.

Prima di essere avvolto dal buio riuscii a domandarmi se non erano solo i cobra a sputare.

 

 

 

 

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lunedì, 28 luglio 2008
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Circolo Affettisti Anonimi

 

 

“Ciao a tutti, sono Davide, ho trentunoanni e sono un dipendente affettivo dall’età di tredici.”

“Benvenuto tra noi, Davide.”

“Come dicevo, all’età di tredici anni mi sono accorto di essere interessato all’affetto e da quel momento non sono più riuscito a smettere.”

“Quanto tempo sei riuscito a starne senza, Davide?”

“Un mese e venti giorni al massimo, poi mi sembrava di scoppiare e ho ricominciato peggio di prima.”

“Che tipi di affetti hai utilizzato durante la tua dipendenza?”

“Ho fatto uso di tutto: relazioni familiari, amicizie, fidanzamenti, convivenza con animali domestici, prostitute e per ultimo, si, lo ammetto…ho fatto anche uso del matrimonio.”

Silenzio

“Non ne avrei voluto parlare subito. Intendo dire così, al primo incontro…ma voi me lo avete chiesto.. Si, ho fatto anche uso del matrimonio. Dopo che hai provato di tutto e non riesci a più a ritrovare quelle sensazioni iniziali per cui ti sei andato a intrippare…porca vacca, ricorri anche a quello. Cerchi la cosa più forte che c’è in giro, ti dici che così non avrai più bisogno di altro e ti convinci di stare nel giusto. Pensi che altri più deboli di te si sono salvati con quel mezzo, e ancora prima di accorgertene ti ritrovi con un vestito da cerimonia, un prete che ti bombarda di domande, genitori che piangono, catering da pagare, mutui aperti per il viaggio di nozze e….”

La sua voce uscì strozzata e gli occhi si cominciarono a riempire di lacrime.

“Davide calmati, prendi fiato. Non sei obbligato a parlarne se non te la senti. Altri qui dentro ci sono passati come te.”

“Non sono il solo?” Disse con occhi imploranti solidarietà.

“No, ce ne sono altri.”

Una decina di sguardi senza vita puntati sul pavimento confermarono la veridicità di tale affermazione.

“Ma si vede?” proseguì “ voglio dire, ve ne eravate già accorti prima? Quando ancora non avevo parlato?”

Una testolina bionda alzò lo sguardo dal pavimento: “Quando si sta male di brutto è difficile da nascondere”

“ Infatti!” riprese Davide evidentemente alterato “ Si fa presto a dire che se ne esce fuori, ma appena provi a uscire di casa ti sgamano subito.

 Frequenti  persone nuove, non racconti niente di te. Appena ti chiedono cosa fai, con chi vivi, rispondi subito con la massima sicurezza che stai da solo e che stai da dio.

Se provano a lasciarti il numero di telefono fai subito finta di non avere con te il cellulare per metterlo in rubrica e che anzi, a pensarci bene, il cellulare nemmeno lo usi e se lo fai è solo per le emergenze…ma non certo affettive.

All’inizio sembrano quasi crederti e ti guardano con una certa ammirazione. Ti cominciano a fissare appuntamenti ipotetici, senza impegno in qualche pub durante la settimana. Ovviamente all’inizio diserti, ti ci fai trovare sempre da solo, casualmente, un mese dopo. Loro ti salutano, tu ricambi velocemente ma li congedi in fretta perché devi finire un libro che ti ha preso troppo.

 E le cose sembrano pure funzionare, te ne vai a casa ripetendoti che ne sei quasi fuori, ancora un mese o due e non ci ricascherai più…

Poi, qualche fottuto di turno, una sera ti guarda più a lungo del solito e se ne esce con: ma tu non sei quel tizio che usciva con Paola? Quello che la perseguitava di poesie e film d’autore?

No! Gli rispondi tagliante come una lama, ma l’altro non demorde, ti si incolla ai fianchi e continua con le domande insinuanti…

 

Gli vorresti dire che cacchio gliene frega se eri tu o meno ad uscire con Paola, ma il suo interesse è solo quello di capire se sei uno del giro. Se sei in cerca di roba.

Se il tizio di turno ti si attacca alle costole sei fottuto. Cercherà di stanare la vecchia storia con l’amica sua per farsi grande davanti agli altri. Grazie alla tua confessione diventerà l’eroe della comitiva. Colui che ha salvato i propri amici da un pericoloso ricercatore d’affetti.

L’ultima volta che mi è successo” continuò “mi alzai dal tavolo senza dare spiegazioni. Lasciai i soldi del mio aperitivo e girai i tacchi. Avevo tutti gli occhi puntati addosso, riuscivo a sentire ancora i loro commenti.

“All’anima! Era uno che cercava il bene..non la conoscenza!” Iniziò il cacciatore di taglie “ E certo! Se l’aveva fatto con Paola c’avrebbe provato anche con noi!” Ribattè una ragazza. “Porca puttana! E io che gli ho dato il numero di cellulare!”

 “Cambia subito scheda, no?” Rincarava la dose un’altra voce femminile. “ Cambiala subito! Lo dico per te! Guarda che c’ero cascata anch’io una volta. Un tipo mi chiamava, uscivamo, era pure simpatico…e poi non vado a scoprire che mi voleva bene?”

 “Noooo! Ti prego! Ma come si fa?” Rispondeva la tizia preoccupata per il numero.

I commenti si accavallavano alle mie spalle. Il locale sembrava rimbombare solo delle loro voci.

“Permesso?” Chiesi ad una ragazza che mi ostacolava l’uscita. Quella guizzò via come un’anguilla temendo che la potessi sfiorare.

Lei, come il resto degli altri avventori, si fecero da parte tirando la propria sedia fin quasi sotto il tavolo. Le teste a capannello borbottavano frasi di sdegno. Occhi striscianti si sincerarono che uscissi prima di appestare qualcuno.

Appena fui fuori per strada capii la gravità del mio gesto. Il viso mi si riempì di vergogna e cominciai a correre per mettere più distanza possibile tra me e quel luogo in cui ero stato scoperto per l’ennesima volta.

Quando fui sicuro di aver corso abbastanza, mi fermai a sedere su una panchina. La vita continuava a scorrere con la massima tranquillità. Guardavo quella gente normale camminarmi intorno, chi per fare la spesa, chi per andare al lavoro, in palestra, al cinema. Nessuno era alla ricerca di affetto, non c’era un solo volto che indicasse disagi o bisogni inappagati. Gli sguardi viaggiavano dritti verso le loro mete giornaliere senza distrazioni nei confronti del prossimo.

Mi passavano vicino senza temere la mia presenza…”se solo avessero saputo” pensai con dolore “se solo sapessero chi sono…” misi la testa tra le mani e piansi sommessamente fingendo di asciugarmi il sudore dalla fronte.

“Se mi vedono piangere chiamano la sicurezza..” pensai “e per oggi ho fatto fin troppi guai. Direi che non è il caso”

Poco dopo indossai una sorta di sguardo ipnotizzato e puntai dritto fino a casa.

 

La sala rimase nuovamente in silenzio.

Dopo un lungo respiro riprese la parola il mediatore: “E cosa è che ti ha spinto a venire qui da noi?”

“ Forse una risposta..” disse Davide “ forse la speranza di sentire che qualcuno di voi ne è uscito fuori.”

“ Uscirne fuori è una parola grossa, qui dentro c’è chi è lontano dagli affetti da più o meno tempo, ma rimane il fatto che qui siamo tutti ex affettisti. Questo implica sempre il pericolo di cascarci di nuovo.”

“Io stesso” proseguì, fissando la sconfinata tristezza negli occhi di Davide “ sono stato nominato portavoce, mediatore del gruppo, chiamami come vuoi tu, solo perché allo stato attuale sono quello che ha resistito maggior tempo senza affetto.”

“ Duemilatrecentoventisei giorni.” Si affrettò ad informarlo prima che l’altro glielo domandasse.

“ E ti dirò che se per caso ti sembrano tanti, sappi che in cuor mio l’ultima esperienza che ho avuto mi sembra viva come non mai.”

“ All’anima! Sono…più di sei anni che ne sei fuori!”

“Che non cerco affetto.” Precisò il portavoce. “ Te l’ho già detto, esserne fuori per noi non vuol dire niente.”

“ Allora chi è che si può definire completamente immune dall’affetto?” Chiese l’altro con la speranza di un ipotetico vaccino.

“ Solo quelli che sono nati molto dopo di noi. Tutti coloro che non hanno avuto a che fare con quel genere di esperienze che hanno segnato il nostro destino.”

“ Ma tu stai parlando del periodo in cui era normale sposarsi per avere figli? Per condividere un’esistenza assieme, per pensare ad una vecchiaia con nipoti amorevoli accanto e cose simili?”

“ Di quello e non solo di quello..” il tono del mediatore sembrò cercare una diversa tonalità.

“ Parlo anche del periodo in cui si aiutava un amico a scuola, o si assisteva un malato, o si aveva compassione per chi era in difficoltà…il periodo in cui si leggevano e guardavano film che trattassero sentimenti.” E così dicendo, fece attenzione a non farsi coinvolgere emotivamente dal discorso.

“ Parlo di quell’altra esistenza che ora dobbiamo assolutamente buttarci alle spalle. Non dimentichiamoci quanto fosse pericoloso vivere in quel modo.”

 

 

Poi rivolgendosi all’intera sala, disse a gran voce: “ Che ne dite di mostrare al nostro nuovo compagno come lavoriamo? “

Tutti gli affettisti anonimi senza farselo dire due volte presero a disporre le sedie in circolo, lasciandone una libera al centro. Su alcuni dei loro volti cominciarono ad apparire evidenti segni di apprensione. Una ragazza prese a sbattere velocemente le palpebre come se non riuscisse a mettere a fuoco la vista. Altri si schiarirono la voce più volte, gli occhi di tutti puntarono le gambe delle sedie evitando gli sguardi dei compagni.

“ Allora, chi è che vuole cominciare a parlare della propria settimana?”

Nessuna risposta, solo leggeri dondolii del busto e mani aggrappate al bordo della propria sedia.

“ Sonia, che ne dici di cominciare tu per prima?” Incalzò il moderatore.

La testolina bionda che poc’anzi aveva commentato una frase di Davide sobbalzò dal suo posto, come se si fosse seduta su un puntaspilli.

“ Preferirei di no Maestro…”balbettò timorosa “ tanto non mi è successo niente di interessante…”

“ Sonia, la settimana scorsa ci hai messo al corrente che avevi conosciuto un ragazzo. Eravate usciti insieme un paio di volte.”

“Solo per conoscenza!” Si difese immediatamente la ragazza.

“ Non ho insinuato niente. Riferiscici solo cosa avete fatto. E’ utile al gruppo, lo sai.”

La ragazza emise un profondo respiro equivalente a una resa, poi, trascinando i piedi si sedette al centro del circolo.

“ Siamo andati al cinema un paio di volte e una sera abbiamo mangiato una pizza.” Esordì sprofondando nelle spalle.

“ Dai, vai avanti senza farti chiedere. Dicci le tue sensazioni.”

“ Credo che lui avesse una forma d’attrazione fisica verso di me.”

“ Credi o lo sai per certo?”

“ Beh, non mi ha mai fatto complimenti di nessun genere…”

“ Sonia, arriviamo al punto.” Il maestro sembrava voler affrettare la conclusione “ Siete andati a letto insieme?”

“ Si. La sera dopo la pizza si.”

Una lunga serie di mormorii corsero lungo le sedie aumentando la tensione, molte teste accennarono dissensi.

“ Ehi! Che vi credete! “ Si trovò quasi ad urlare la ragazza. “ Si è comportato da vero signore! Non è come pensate voi!”

“ E secondo te cosa pensano i tuoi compagni?”  mediò il maestro.

“ Loro sono come tutti noi. Corrono subito alle solite conclusioni, invece il tipo con cui sono andata a letto si è comportato benissimo.”

I brusii si calmarono per fare spazio al racconto.

“ Mi ha spogliata senza alcuna delicatezza, mi ha scaraventata sul letto non con disprezzo ma con il giusto distacco, e mi ha scopata emettendo solo qualche grugnito d’apprezzamento….ma non per me, bensì per l’atto in se stesso…”

Alcuni visi dei suoi compagni sembrarono rilassarsi un po’. Da qualche sedia laterale partirono anche isolati “ meno male..” o “ pensavo al peggio “e “c’è ancora gente sana in giro…”

“ E tu?” domandò il mediatore.

“ Io cosa?”

“ Tu come te la sei vissuta? Te lo sei scopato pure tu?”

La ragazza sembrò voler rispondere, ma la voce esitò ad uscire quel tanto da renderla vulnerabile.

“ Sonia, è inutile fingere, sfogati. Qui è la sede adatta. Tra noi puoi farlo. Il pericolo è fuori di qui. “

Gli occhi tornarono di nuovo tutti su di lei. I compagni avevano fiutato il sangue nell’aria, le bocche dischiuse in attesa del colpo di scena.

La ragazza guardò fissa davanti a sé sopra le loro teste. Gli occhi assorti in un ricordo difficile da ammettere.

Provò a parlare di nuovo, poi, con rassegnazione, iniziò a piangere sommessamente dalle spalle. “ Io..io…avevo fatto tutto come previsto…” singhiozzò “ ero andata a casa sua per scopamelo…sapevo che non c’era nessun male nel provare piacere fisico…sapevo che dovevo fare solo quello…ero sicura di me….era passato quasi un anno dall’ultima sensazione di affetto! Cazzo!” espose poi “Quanto tempo deve passare per vivere tranquilli!?”

Il maestro provò a calmarla un po’: “ Il tempo non conta. Ci dobbiamo fidare solo della nostra aridità interiore. Solo quella conta.”

“…Ma io ero arida! Vi ricordate tutti quella volta che era morto il fratello di Paolo, no? “

“ Si, ce lo ricordiamo” disse il maestro

“Ebbene, quella volta, e nonostante il fatto che io l’avessi conosciuto personalmente, non ho versato una sola lacrima al funerale!”

“ Com’era giusto che fosse! “ Intonò quasi l’intera sala al completo.

“ Ebbene si, non ho pianto e ho addirittura sbadigliato durante il trasporto della salma!”

“ Si vede che hai altri punti deboli” continuò il moderatore, e poi : “ insomma, vuoi dirci o no cosa hai fatto con quel tipo. Qual è il motivo per cui ti senti in colpa?”

La ragazza bionda si raddrizzò sulla sedia per prendere coraggio, poi parlò tutto di un fiato. “ Avevamo finito di fare sesso. Lui era andato in cucina per mangiarsi un panino, io ero rimasta a letto. Quando è tornato da me, si è sdraiato e si è addormentato subito senza degnarmi di uno sguardo.”

“ Com’era giusto che fosse!” Intonò per la seconda volta la sala.

“ Si, si, è giusto, lo so meglio di voi sapientoni!” Rispose rabbiosa.

“ Come dicevo, lui dormiva, io ho cominciato a prendere le mie cose per andarmene a casa….e un momento prima di lasciarlo ho voluto fare la mia cazzata…”

La sala era nuovamente a bocca aperta, ammutolita.

“ Ho avuto voglia di ricordarmi l’effetto di una certa cosa…roba di anni fa…ancora prima di conoscervi…..

“ Sonia!” Incitò spazientito il maestro.

“ Si, si, va bene, lo dico..mi sono avvicinata alla sua bocca e…e…e l’ho baciato…”

 

La tensione era alle stelle. Davide si trovò a pensare che un silenzio così era troppo irreale in una sala piena di persone. Vedrai che tra un po’ scoppia un cataclisma. Ma cazzarola! Si tratta di un semplice bacio! E che avrà fatto mai di male?

Prima che la situazione potesse degenerare il maestro di cerimonia prese la parola.

“Si è svegliato con il tuo bacio?”

“ Certo che no!” si difese subito la ragazza.

“ Glielo ho dato pianissimo….una specie di soffio sulle labbra”

“ Maestro!” insorse una voce di lato “ Sta cercando di infilare termini romantici nel racconto!”

 

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lunedì, 02 giugno 2008
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IL BUIO DELLE TONSILLE

 

 

 

Con martedì ci togliamo il pensiero.

 

 Con questa frase mia madre tendeva ad ammorbidire quel leggero senso di ansia che cresceva col trascorrere dei giorni. Lei sapeva bene quanto avessi paura di qualunque incontro con i medici. Ora mancavano pochi giorni, un mucchio di ore e poi sarebbe finita.

Avrei dato corpo alle mie paure cavalcando l’infausto giorno dell’operazione alle tonsille. Mi sarei affidato alle cure di un gruppo di adulti in camice bianco, e poi la strada sarebbe tornata ad essere tutta in discesa: gelati, coccole amorevoli e un’intera estate davanti, senza più traumi o dubbi circa l’ignoto, il dolore fisico, il buio, il sonno indotto da mascherine narcotizzanti…Un vuoto mentale di qualche minuto necessario a farmi strappare le ghiandole dalla gola senza soffrire, mi divideva dalla serenità dei giorni a venire.

Un modellino di aliante dalle ali arancione restava fermo in un angolo della mia stanza; paralizzati insieme a lui, una serie di altri progetti estivi restavano congelati nella loro corsa alla realizzazione. Erano belli nelle loro forme e colori; in un altro momento la febbre di vederli finiti e funzionanti, mi avrebbe assalito al punto di dedicarci tutto il mio tempo, ma ora sembravano loro stessi aver condotto la mia mano a metterli in bell’ordine. Acquietati tra mensole e cassetti, avevano smesso di fremere e si erano disposti con immobile cura, nell’attesa del mio risveglio dall’operazione. Solo in quel momento sarebbero tornati ad essere presente e futuro.

Le ali dell’aliante richiedevano ancora una settimana di lavoro; io avevo tre giorni, era meglio metterlo da parte, guardarlo in silenzio e sognarlo in volo. Così feci per il modellino di carrarmato che aveva solo bisogno del vano delle batterie, e per il nuovo regolamento sulla banda che avrei organizzato con i miei amici, da lì a pochi giorni, in campagna, nel solito luogo di villeggiatura.

Dopo quello scalino dell’anestesia, alla fine di un sonno che nulla aveva a che fare con il torpore della sera e del bacio sulla guancia di mia madre, avrei potuto guardare tutti i miei progetti e sognarne il volo ad occhi aperti. Senza più alcun timore d’interruzione.

 

E se dovessi morire..se una volta perduto i sensi non fossi più in grado di riaprire gli occhi, cosa potrei fare?

Non ricordo se avevo avuto altre occasioni per pensare alla morte. Forse anche in quel caso non lo stavo facendo direttamente; più che altro cercavo di organizzare un progetto in caso di mancato risveglio. Si trattava di morte, coma, di un raro caso di operazione di routine finito sfortunatamente nel peggiore dei modi. Ma io non lo vedevo come tale. Io mi preoccupavo solo di come continuare a vivere dopo. Una volta morto.

 

Qual è la cosa peggiore che può succedere se non mi risveglio?

Se non avessi avuto dieci anni, avrei pensato che il peggio che mi sarebbe potuto succedere sarebbe stato il nulla. La luce che si spenge senza la percezione del “clic”.

Se la mia età non fosse stata così esile, avrei potuto pensare che dopo un tale black out non sarebbe sopraggiunta alcuna tristezza. Nessuna consapevolezza di mancanza od abbandono.

 Se fossi stato più grande da temere un inferno, il senso del nulla avrebbe potuto assumere anche le connotazioni di una salvezza. Ma ero troppo giovane per sentirmi peccatore a tal punto.

 

Nella notte che precedeva l’operazione, vagai attraverso i meandri della memoria alla ricerca di esperienze passate che mi potessero preparare al peggio. Precipitai indietro di cinque o sei anni, quando da infante durante una febbre alta, gli occhi mi si riempirono di lacrime e secrezione. Avevo vomitato, mi erano state somministrate medicine e sciroppi nauseanti e alla fine, dopo innumerevoli cure ero caduto in un sonno profondo. Al mio risveglio, le ciglia intrise di siero si erano incollate l’una contro l’altra. Le palpebre, cucite da un fato maligno, tiravano allo spasmo per liberare le pupille da quel incubo nero. Le palle degli occhi continuavano a ruotare fino ai limiti dell’articolazione, intrappolate in un guscio di pelle alla ricerca di uno spiraglio di luce. Solo l’intervento di una mano caritatevole che mi posò una pezza bagnata sul viso, fu in grado di riportarmi alla realtà. La luce entrò come una lama, e continuai a piangere e scorrere lo sguardo in tutte le direzioni per ore, affamato di particolari e dettagli della stanza che potessero placare la mia ansia.

Ecco, quello era stato un buio. Ma dietro tale esperienza c’era una spiegazione; fosse successo oggi mi sarei liberato le palpebre con le mie stesse mani. Non sarei caduto in un incubo di quelle proporzioni, il terrore non avrebbe preso il sopravvento.

 

Ma un’anestesia non è un siero che incolla le ciglia. Se dopo l’anestesia ci sarà solo buio, cosa potrò fare?

 

Il sonno e il risveglio si alternarono con naturalezza; trascorsi una notte tranquilla e la mattina seguente ero in una stanza della clinica. Mia madre accanto al mio letto, leggeva un libro. Il volto disteso non faceva trasparire alcuna forma di timore.

“Lei mi vuole bene” pensai. “ Se è così tranquilla vuol dire che ne sa più di me”. E con quel pensiero rassicurante evitai di metterla al corrente dei miei timori su un mancato risveglio.

Mi concentrai su tutta quella serie di particolari da raccontare agli amici, per trasformare quell’esperienza in una vera avventura, e mi lascia condurre in lettiga verso il mio destino.

 

 IL SEGUITO

Le stanze si aprivano una dietro l’altra come una sorta di scatole cinesi; cambiavano talmente in fretta di forma e colore, e gli odori mutavano ad una velocità tale da farmi perdere il senso d’orientamento. Dopo cinque o sei stanze, un paio d’ascensori e qualche corridoio, mi chiesi in quale punto della clinica fossimo finiti. Una fila di tubi dell’acqua che correvano sopra la mia testa mi indussero a pensare che stavo percorrendo un corridoio di un seminterrato. Mia madre era lontana: i sotterranei di una clinica erano distanti da qualsiasi letto con una donna seduta sopra, assorta in un’amorevole lettura. Scacciai quell’immagine dolorosa mentre la lettiga apriva un ultima porta che si spalancava in stile saloon.

Mi aspettavo un letto operatorio fantascientifico e invece al suo posto c’era solo un’infermiera seduta su uno sgabello. Espressione da suora, camice del colore della stanza e mascherina calata sul mento.

 Ma sta qui da ore? Mi stava aspettando immobile?

 La donna era talmente irreale con quelle sue braccia lungo i fianchi che quasi pensai ad una scena preparata in precedenza.

 Perché dovrebbero stupirmi? Sono finito in un film?

 Al lato dell’infermiera, un tavolino con qualche attrezzo lucente…sicuramente affilato.

 Gli attrezzi non li voglio guardare. Se mi sto immaginando tutto, non sono obbligato a guardare particolari spaventosi. Forse sto già dormendo.

Poi, delle braccia muscolose mi sollevarono senza troppa cura dalla lettiga scaraventandomi a sedere sull’infermiera. La donna mummificata, scattò come una molla e mi strinse le braccia serrandomele ai fianchi.

 Un camice bianco mi venne incontro. "Meno male" pensai "ora gli parlo." Dietro quel camice avevo riconosciuto il medico che mi aveva visitato settimane prima. Ma una mascherina di gomma schiacciata sul viso mise fine ad ogni mio proposito.

“Respira a fondo” mi disse la voce dietro il camice, seguita subito dopo da altre voci che si sovrapposero alla prima, spostando il l’attenzione dei vari camici su una partita della Roma. La mano, una delle tante che ora avevo intorno, spingeva contro la mascherina e qualche sporadico “respira” si confondeva ad azioni crossistiche e a goal mancati per un pelo.

 L’infermiera alle mie spalle stringeva con inutile forza; mi sembrava di essere finito in una di quelle trappole egizie a difesa delle piramidi, dove solo per aver premuto una pietra sbagliata ci si trovava intrappolati per sempre. Le avrei voluto dire che non volevo scappare, che non c'era bisogno che mi stritolasse, ma con quella maschera sul volto non potevo far altro che sopravvivere.

E respirai.

 E non identificai nessun tipo di odore.

E respirai ancora.

Niente.

Poi inspirai fino a non percepire più alcun getto di gas, aria od altro.

 Allora inspirai con maggior forza fino ad avere fame d'aria, ad annaspare.

Dalla maschera non usciva più nulla.

Venni assalito dalla paura. Stavo annegando.

 Strinsi tra le mani il camice della donna trappola, ma non percepii la consistenza del tessuto. Tentai un ulteriore inutile respiro, ma anche le descrizioni calcistiche degli altri camici in bianco svanivano tra la mancanza d’aria, tatto, udito…ed infine venne il tanto temuto buio.

 

L’urlo usci vuoto nel nulla. Era solo la mia volontà ad urlare, per il resto nessun contorno di bocca definiva la mia figura.

Non sentivo il rumore dell'urlo nè il fiato che lo produceva. Il suono era sordo ed incolore come il vuoto contro cui cercava d’infrangersi.

Tutte le esperienze passate di buio provocate dagli occhi chiusi, celavano sempre qualche puntino luminoso. Per quanto avessi più volte serrato le palpebre con il massimo della forza, il buio non era mai tale. Lontani bagliori che perdevano forma e brevi comete baluginanti si muovevano in quel latte nero, come batteri di luce al microscopio.

Ora no. Ora il buio era vuoto e distanza impossibile.

Nessun suono o puntino luminoso tracciavano uno spazio da un qualsiasi punto a me stesso.

La mia angoscia era ovunque, ma senza alcuna percezione di luoghi di partenza e di arrivo.

L’urlo…solo la volontà dell’urlo continuò, ed io pensai che qualsiasi gesto avessi tentato sarebbe stato solo frutto di una volontà senza corpo. E cosi sarebbe stato per sempre.

Allora immaginai una stanza e spalancai occhi che non avevo alla ricerca di strisce luminose che ne definissero i contorni.

Ma la fantasia non partoriva colori, puntini, strisce o comete. Potevo solo immaginare.

Urlai silenzio e consapevolezza del nulla. Quello che non avrei mai visto era veramente il niente eterno.

E tornai alla stanza. E capii che non dovevo continuare a spalancare niente, perché non c’erano occhi da aprire o chiudere.

Immaginai una donna seduta su un letto a leggere. Cercai conforto da quel solo ricordo, perché altro non era, perché non si materializzava in nessuna striscia luminosa che ne riproducesse le forme.

Poi immaginai un aliante incompleto e di nuovo la donna con il libro, poi mia nonna, poi il tetto di una casa che proteggesse quei ricordi preziosi dal nero privo di consistenza.

E poi, con una consapevolezza travolgente capii che in breve i miei ricordi non avrebbe più avuto modo di esistere, e che come tutte le cose che non si ha più modo di rivedere, anch’essi sarebbero stati risucchiati dal nero per lasciare spazio al nulla.

E allora piansi lacrime senza forma incapaci di rigare un volto inesistente.

E continuai a piangere fino a veder svanire anche la volontà di farlo.

 

 

Poi, qualcuno mi disse di svegliarmi e il mondo riprese a connotarsi di forme conosciute.

Il mio corpo tornò su una lettiga, gli occhi sbarrati sui camici che proseguivano la loro telecronaca calcistica, senza sapere che un bambino di dieci anni era appena tornato da una visita all’inferno.

 

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